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Open source sì od open source no? Questo dilemma sta coinvolgendo il comune di Monaco di Baviera da più di 15 anni e lo vede passare da Windows a Linux, tornare a Windows e ora tornare a Linux. Un balletto che nasconde una questione interamente politica: a dimostrazione di ciò il fatto che la decisione di tornare a Linux sia stata presa dalla nuova amministrazione monacense, guidata da SPD e Verdi. Non mancano considerazioni tecniche e sociali, ma soprattutto riflessioni sul ruolo del software nelle nostre società.

Monaco di Baviera torna a Linux: decisione politica o presa di coscienza?

“Soldi pubblici, codice pubblico”. Questa, in poche parole, la posizione della Free Software Foundation Europe. Una posizione che non ha trovato molto riscontro in passato ma che sempre più città europee (Barcellona, Madrid, Parigi, Berlino) stanno adottando.

Il ragionamento dietro questa posizione è il seguente: perché enti pubblici devono spendere denaro pubblico per legarsi a doppio filo a standard proprietari che li obbligano a sottostare alle decisioni e alle politiche di mercato di aziende private? Dal momento che i soldi spesi sono pubblici e dunque di tutti, ci si aspetta che il risultato di questo investimento sia a disposizione di tutti. Questo stesso tipo di richiesta sta iniziando ad arrivare anche dal mondo della ricerca: se i finanziamenti sono pubblici, l’accesso alle pubblicazioni dovrebbe essere libero dato che quelle ricerche sono già state pagate dai cittadini.

Finora in Europa le amministrazioni si sono sempre legate a Microsoft, scegliendo i suoi prodotti e servizi al posto di quelli open source. Le ragioni sono varie, ma spesso sono accomunate da un elemento: il vendor lock-in. I prodotti Microsoft producono documenti e dati compatibili solo con i prodotti Microsoft, dunque bisogna continuare a utilizzarli per mantenere la compatibilità. Un gatto che rincorre la propria coda senza un’apparente fine, un ciclo molto difficile da spezzare perché auto-alimentante.

In questo contesto entrano in gioco le scelte politiche. Monaco di Baviera ha scelto nel 2003 di avviare la sperimentazione sul passaggio a Linux dei circa 15.000 computer nel suo parco macchine. Una sperimentazione che aveva dato alcuni frutti positivi: la città aveva creato una sua distribuzione, LiMux, e spinto per l’utilizzo di standard aperti. Nel 2017, però, l’amministrazione aveva deciso di tornare ai prodotti Microsoft nel 2020; secondo i critici dell’operazione la decisione di Microsoft di spostare il suo quartier generale a Monaco aveva avuto un peso rilevante nell’operazione. La migrazione verso i software proprietari di Microsoft, Oracle e SAP ha avuto un costo stimato di 86 milioni di euro ed è ancora in corso; sarà ora fermata in alcuni specifici casi in favore delle soluzioni aperte.

Quanto costerà invece il passaggio a Linux? Il dibattito sul tema è aperto. È infatti difficile stabilire quale soluzione sia la più economica sul lungo termine e per questo la decisione è prettamente politica. In Germania la questione sta però diventando più condivisa, come riporta ZDNet, dato che anche la CDU ha inserito nelle sue linee guida il supporto al software libero (o quantomeno i cui sorgenti siano disponibili).

Il dibattito pubblico tedesco si sta allontanando sempre più dalle soluzioni proprietarie, in particolar modo quando queste vengono da fuori dall’Europa: il timore è che aziende extra-europee detengano troppo potere sull’infrastruttura digitale essenziale dello Stato tedesco. L’intento è quello di raggiungere una “sovranità digitale” europea e il mezzo individuato per raggiungere questo fine è quello dell’open source nella maggioranza dei casi.

In Italia esiste una linea guida, pubblicata dall’Agenzia per l’Italia digitale lo scorso anno, che prevede che codice sviluppato da o per la pubblica amministrazione sia sempre rilasciato con licenza open source e che venga preferito software libero rispetto alle controparti proprietarie. Viene anche stabilito che prima di acquistare o commissionare nuovo software sia necessario verificare che non esista un’alternativa aperta già disponibile e utilizzata da altri enti (in un’ottica di riciclo del software che prevede lo sviluppo di una soluzione per un utilizzo da parte di più enti).

Non sono previste, però, sanzioni nel caso non si rispettino queste linee guida. Attualmente solo l’Istat basa la sua attività su software open source (per la precisione Red Hat Linux), con iniziative sparse nei vari enti locali ma senza una programmazione o piani di grossa portata come quella di Monaco di Baviera.

Come spesso avviene, non c’è in assoluto una soluzione migliore o peggiore. La questione del software libero negli enti pubblici richiede decisioni politiche e richiede in ogni caso, che i progetti abbiano diversi anni a disposizione prima di dare frutti. Non c’è una risposta facile e diretta, ma una sola domanda: dove si vuole andare e come si vuole arrivare a questa destinazione? Solo rispondendo a questo quesito si può formulare una strategia per gli enti pubblici coerente e in grado di dare risposte concrete ai cittadini.

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