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È giusto che delle ricerche che possono potenzialmente salvare delle vite siano accessibili solo dietro pagamento? Questo è l’interrogativo morale che si sono posti alcuni archivisti digitali allo scoppio dell’epidemia del coronavirus in Cina. La risposta è stata diretta: no, non è etico. Nonostante sia illegale, il gruppo ha raccolto e reso disponibile sotto forma di archivio una raccolta di oltre 5.000 pubblicazioni scientifiche sulla famiglia dei coronavirus di cui gran parte era disponibile solo dietro pagamento. Un atto di ribellione che arriva dopo anni di dibattito pubblico nel mondo su quanto sia eticamente corretto pagare per l’accesso a studi che possono salvare delle vite umane.

Accesso agli articoli scientifici: è eticamente giusto chiedere di pagare?

La ricerca scientifica non funziona a compartimenti stagni e la condivisione delle idee è da sempre il motore dietro le nuove scoperte, con la collaborazione internazionale tra scienziati che da sempre porta a risultati significativi. Tuttavia, gli scienziati (e in particolare i medici) devono spesso fare i conti con l’impossibilità di accedere liberamente agli studi pubblicati, anche nel caso in cui questi siano stati finanziati con soldi pubblici. Gli editori che pubblicano le principali riviste, infatti, richiedono spesso pagamenti per accedere agli studi.

Questa scelta fa sì che, ad esempio, i medici africani che hanno dovuto fronteggiare l’epidemia di ebola nel 2015 non avessero accesso agli studi pubblicati sul virus. Ciò ha impedito di avere accesso a informazioni vitali per salvare la vita ai pazienti infetti.

La domanda che in molti si pongono è quindi dove si posizioni il giusto equilibrio tra il diritto delle riviste scientifiche di vedere remunerata la propria attività e quello invece di scienziati, medici, professionisti e, più in generale, del pubblico di accedere liberamente e senza costi a documentazione importante per tutelare la salute pubblica.

In particolare emerge quella che appare come una contraddizione: in molti casi gli studi sono svolti grazie a finanziamenti pubblici e, dunque, grazie all’apporto della collettività. Perché, dunque, la collettività non deve poter accedere al frutto degli sforzi di ricerca che ha finanziato? Se la pubblicazione sulle riviste scientifiche più prestigiose dà autorevolezza e peso agli studi, perché comunque questi non vengono resi disponibili gratuitamente in archivi gestiti da istituzioni pubbliche?

La questione non è di facile soluzione e si unisce ad altri dibattiti relativi al libero accesso: ad esempio, in Europa si parla da qualche tempo di rendere obbligatoria la pubblicazione del codice sorgente di software commissionato dalla pubblica amministrazione. La linea di pensiero di chi chiede una maggiore apertura appare logica e non manca di merito, ma l’altra faccia della medaglia è quella degli ingenti costi di controllo degli studi: la revisione ha infatti spesso costi elevati che devono essere compensati con degli introiti.

In un momento in cui l’editoria non gode di buona salute, nemmeno in campo professionale e scientifico, e in cui si rivela sempre più difficile per gli editori ottenere finanziamenti e un equilibrio tra necessità di mercato e qualità, la questione del finanziamento delle pubblicazioni scientifiche non è di secondaria importanza e si scontra direttamente con l’esigenza di maggiore apertura e disponibilità delle informazioni.

Gli studi sui coronavirus disponibili gratis: la “pirateria buona”

È illegale, ma è un imperativo morale. Queste le parole con cui shrine, un utente di Reddit che ha contribuito alla creazione dell’archivio di studi sui coronavirus, commenta il suo gesto. Alla base della scelta di rendere disponibili gratuitamente gli studi la scoperta che una pubblicazione recente era accessibile solo dietro il pagamento di circa 40$. Insieme a un gruppo di altre persone ha pensato dunque di cercare lo studio su Sci-Hub, una sorta di “Pirate Bay degli studi scientifici”, dove ha recuperato circa 5.200 studi sulla famiglia dei coronavirus pubblicati tra il 1968 e il 2020. Questi virus sono dietro non solo l’epidemia attualmente in corso, ma anche dietro malattie come SARS, MERS e la normale influenza.

Alcuni editori come Elsevier, Wiley e Springer Nature hanno annunciato di aver rimosso i propri paywall per accedere agli studi sui coronavirus alla fine di gennaio. Questa mossa è da apprezzare, tuttavia è lecito domandarsi quanto l’accesso a tali risorse in una fase precedente dell’epidemia avrebbe potuto mutare le sorti della stessa.

L’intento dietro la creazione di questo archivio di studi è buono, ma non risolve il problema. Un intervento da parte dei legislatori nel mondo è necesario per risolvere la questione alla radice. Quante vite si è disposti a rischiare per mantenere gli studi dietro il muro dei pagamenti?